Senza esculsioni di colpi la lotta Sarkozy - Hollande per l’Eliseo

Bobo Craxi: la Francia può fare la differenza

 

di Bobo Craxi

 

 

Le elezioni francesi aprono il ciclo dei rinnovi istituzionali in Europa. Non è un appuntamento di routine , ma una vera e propria battaglia di posizione nel mezzo della più difficile congiuntura economica del dopoguerra.

Ad ascoltare i discorsi dei due maggiori contendenti l’uscente Sarkozy e il probabile sfidante Hollande, socialista, si rivelano parallele convergenze, al di là della netta contrapposizione fra chi ha governato durante la crisi e chi svolge un’opposizione democratica ormai da più di un decennio di guida conservatrice. Il bisogno di affrontare la speculazione finanziaria internazionale facendo ricorso ad un appello generale al senso di responsabilità dei francesi ed al loro Spirito Repubblicano appare il fil rouge che lega gollisti e socialisti, consapevoli che la crisi economica non sarà passeggera, che l’offensiva riguarda la costruzione europea nel suo complesso e che il rischio di mettere in discussione le conquiste di benessere e stabilità è altissimo.

Le ricette dei conservatori e dei progressisti naturalmente non sono uguali. Inclusione, redistribuzione economica, equità sono qualcosa più che dei semplici slogan per i neo socialisti francesi; sono una “nuova frontiera” che deve necessariamente separare la Francia e la nuova Europa da coloro che hanno condotto politiche scellerate ed inique facendo leva sulle peggiori paure e che hanno volontariamente contribuito all’impoverimento complessivo del Continente.

La Francia socialista spaventa i conservatori perché si rendono conto che la svolta egualitaria inevitabilmente porterà ad un riequilibrio del peso fiscale a danno dei più ricchi. Ma ciò si rende inevitabile, perché immaginare una redistribuzione ex post ha assicurato la vittoria ai conservatori di mezzo mondo, ma ha anche aperto la strada all’affermazione di una speculazione capitalistica scellerata e senza regole, che ha causato l’attuale angosciante crisi economica.

È più rassicurante l’idea di responsabilità e di riequilibrio fiscale che propugnano i socialisti? Sì, nella misura in cui la politica si dimostra all’altezza delle aspettative popolari non nascondendo la difficoltà della congiuntura e rivendicando una visione pubblica della redistribuzione economica, non rinunciando tuttavia al dinamismo dell’equità che l’economia privata deve poter promuovere.

Non è estraneo lo Stato francese dall’obbligo di riqualificare e ottimizzare la propria spesa pubblica, tuttavia essa non è messa sotto stato d’accusa, come invece sta accadendo in Italia. Di più: la Francia ha già in altre epoche attraversato, e sconfitto, i germi dell’anti-politica; Poujade e Coluche (un antesignano del nostro Beppe Grillo che sfidò e spaventò Mitterand alle elezioni Presidenziali) sono ormai alle loro spalle e l’impianto istituzionale gli consente di vivificare la legittimazione democratica nell’elezione diretta del Presidente della Repubblica.

Il nostro 150° anziché rafforzare le nostre istituzioni democratiche irrobustendole per una più convinta e ferma adesione alle istituzioni comunitarie, ci ha consegnato al contrario la sanzione del fallimento del bipolarismo, l’ammissione di inadeguatezza del sistema politico.

Le elezioni francesi aprono un nuovo ciclo della politica in Europa, l’eventuale auspicabile successo dei socialisti chiama in causa la necessità di dare vita a nuove regole economiche in Europa a partire dal cambiamento e dalla riforma dello statuto della BCE. La Germania potrebbe adeguarsi ed una sconfitta di Sarkozy influenzerà inevitabilmente la Merkel obbligandola a cambiare registro. In Italia per ragioni endogene, ma anche esogene, dovrà dichiararsi concluso il ciclo breve (senza particolare fortuna) del Governo dei Tecnici; la politica anche se sotto attacco concentrico, indiscriminato (non senza ragione, a volte) si riprende il ruolo principale di determinare le scelte dell’avvenire.

In tempo di crisi se si salva l’Europa si salva l’Italia; il resto è avventurismo senza principi e senza bussola.

I socialisti una bussola politica ce l’hanno, e non da oggi, e in questo momento è puntata verso Nord.

            

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