Intervista a Claudio Martelli

La responsabilità civile dei magistrati è un atto di democrazia

 

di Paola Alagia Redazione Avanti Online

 

“La giustizia è materia politica ed è sacrosanto che il governo se ne occupi”. Claudio  Martelli, ex Guardasigilli del governo Andreotti, nonché esponente storico del Partito Socialista Italiano, incita così Monti e la sua squadra a prendere di petto questo tema e per farlo, ricorda proprio la sua nomina al dicastero di Via Arenula: “Fu Mitterand a dirmi che il ministro della Giustizia è il più politico di tutti.

 

Crede che sul Ddl anticorruzione questa volta si faranno passi avanti?

 

“Mi auguro che il Pdl non ponga veti, anche perché parliamo di un provvedimento che è stato presentato proprio dal governo Berlusconi e già approvato dal Senato. Ma auspico pure che Pd e Idv non ne approfittino per inasprire, allargare e aggravare il testo in esame”.

 

Il caso dell’ex tesoriere della Margherita Lusi si allarga. Come è cambiata la corruzione in politica, ammesso che vanga accertata?

 

“Siamo alle comiche finali, se non fosse una tragedia. E’ esplosa una corruzione individuale. Oggi, infatti, non solo si ruba per sé, ma si ruba ai partiti. Roba che in passato un tesoriere sarebbe stato prima preso a ceffoni e poi inseguito con i forconi, mentre adesso le reazioni sono tiepide”.

 

Come si risolve questo problema?

 

“La strada è l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, a favore di libere donazioni e raccolta di fondi privati. Non è vero, a mio avviso, che ad avvantaggiarsene sarebbero i più ricchi. Obama ne è la prova: si possono raccogliere anche piccoli contributi, però, da tanta gente”.

 

L’emendamento sulla responsabilità civile dei magistrati, introdotto nella legge Comunitaria, rischia di provocare non poche divisioni all’interno della maggioranza «strana» che appoggia l’esecutivo. Come andrà a finire?

 

“Da primo firmatario di un referendum sul tema nel 1987, poi disatteso nonostante il parere espresso dall’84% degli italiani, ribadisco la mia convinzione: quello della responsabilità civile dei magistrati è un principio di democrazia”.

 

Non pensa che, invece, una norma del genere possa condizionare il lavoro dei magistrati?

 

“No. Credo che possa essere lo stimolo a un lavoro più accurato, con sentenze sempre meglio motivate. L’unica alternativa sarebbe un tribunale ad hoc che giudichi i magistrati, una sezione speciale allargata anche a una giuria popolare”.

 

C’è un altro tema che è tornato di grande attualità in questo momento ed è la trattativa tra Stato e mafia. Possiamo parlare di coperture a livello politico?

 

“Nella trattativa confluiscono episodi diversi e uno è quello relativo agli ufficiali dei Ros in rapporto alla testimonianza di Ciancimino e alla scoperta del famoso «papello», la cui autenticità non è stata ancora dimostrata”.

 

Che, poi, è quello che lei ha ricordato…

 

“Io non ho ricordo di trattative, ma di un abuso di potere del quale, tra l’altro, non ero stato testimone diretto. Parlo di quanto mi fu comuni­cato dal direttore degli Affari penali del ministero, Liliana Ferraro, circa la volontà di collaborare da parte di Vito Ciancimino riferitale dall’allora capitano dei Ros Giuseppe De Donno. Ma vorrei chiarire una volta per tutte un aspetto”.

 

Quale?

 

Io non ho perso la memoria perché la memoria attiene al passato. Quando io ho parlato, due anni fa, l’ho fatto perché invitato a testimoniare dai magistrati di Caltanissetta. E in quel momento ho ritenuto giusto raccontare, in una trasmissione televisiva, quello che poi avrei detto alle toghe”.

 

Pochi giorni fa l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino ha detto testuali parole: «Io non ho segreti, se ne avessi li avrei già svelati, in mezzo a tanti che ritrovano la memoria dopo diciassette o diciotto anni non sfigurerei di certo».  Ci ha letto un riferimento specifico a lei?

 

“Sicuramente sì. Ma sarebbe auspicabile che fosse Mancino a ritrovare la memoria”.

 

Passiamo al suo successore al ministero della Giustizia, Giovanni Conso. Lei è dell’idea che quella di non rinnovare il carcere duro a qualche centinaio di mafiosi non fu una decisione solitaria. E così?

 

“Sì. Credo che Conso non abbia deciso da solo, ma abbia raccolto raccomandazioni, pressioni e sollecitazioni che circolavano da tempo, assumendosene con la sua nobiltà d’animo tutta la responsabilità”.

 

Ammesso che l’intenzione fosse quella di frenare le stragi, siamo comunque di fronte a un reato?

 

“Ci sto riflettendo. Una cosa è certa: un ministro che disattende una legge qualche responsabilità ce l’ha. Se poi si dimostra un errore sciagurato, vista l’escalation di stragi da Milano a Firenze, allora la responsabilità aumenta”.

 

*Articolo tratto da http://www.avantionline.it

 

 

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