Notarelle Garibaldine…

 

di Il Garibaldino

 

“Federalismo” è stata una delle parole d'ordine più usate nella seconda Repubblica. Bossi e la Lega sono riusciti ad imporla e a presentarla come una sorta di toccasana per i problemi italiani. Poco importa che quasi nessuno sappia esattamente cosa voglia dire e che cosa si nasconda dietro quello che in realtà è stato un facile slogan.

“E pluribus, unum” è il motto degli USA, che lascia intendere che uno stato federale unisce ciò che era diviso, più che dividere ciò che è unito.

E, in effetti, dovremmo essere tutti federalisti, ma europei, facendo nascere dalla cessione progressiva di sovranità nazionale una nuova entità statuale più grande, adatta alle necessità dei tempi.

Nella loro scarsa cultura i leghisti hanno battezzato federalismo molte cose che tali non sono. Non lo è, per esempio, dotare i poteri locali di autonomia tributaria. In Italia, prima del 1970, circa la metà delle entrate dei comuni erano date dall'imposta di consumo e dall'imposta di famiglia. Non lo è vincolare i trasferimenti finanziari dallo stato alla periferia a parametri di efficienza della spesa. Non lo è neppure affermare un principio di responsabilità degli amministratori rispetto ai risultati del loro lavoro. Sono tutte cose giuste, necessarie e utili, che colpevolmente non furono introdotte dopo la riforma tributaria, preferendo la prosecuzione di un regime provvisorio, che ancora una volta tende a durare all'infinito.

In verità in questi vent'anni si è fatta molta confusione. Si è modificata la Costituzione ridefinendo le competenze fra i vari livelli di governo così male che oggi non si sa chi fa che cosa. La Corte Costituzionale deve continuamente intervenire nei conflitti fra Stato e Regioni circa le competenze “concorrenti”.

Nel massimo della retorica federalista si sono ridotte le risorse autonome di regioni ed enti locali e contemporaneamente si sono ridotti i trasferimenti dello stato.

Si è dato spazio ad una enfatica affermazione dell'egoismo territoriale (“ognuno si tenga quel che ha”), che ben si sposa con l'egoismo sociale, con l'ostilità verso gli immigrati, con l'esaltazione di un localismo miope e gretto, inevitabilmente travolto dalle logiche della globalizzazione.

E' giunto, credo, il momento della verità. La sinistra riformista deve riproporre un modello di stato decentrato ed efficiente, riducendo e razionalizzando gli enti locali e riportando le regioni alla loro funzione originaria. Venti piccole repubbliche, oltre che ridicole, sono tremendamente costose e tendono non a ridurre ma ad aggravare le diseguaglianze. 

Homepage