In taxi come in Cile

 

di Giacomo D’Arrigo

 

Roma. Sono appena rientrato vivendo in prima persona un’esperienza che definire drammatica è poco: da guerriglia e paura vera. Chiamo un taxi per rientrare, ma tutte le cooperative rispondono comunicando lo stato di sciopero.

Aiutato dalla provvidenza (e non solo) trovo il numero di una minuscola cooperativa che è attiva! Arriva il tassista, ma sentita la destinazione dice: “Mi spiace signore, io lì non posso arrivare. C’è il coprifuoco dei colleghi che scioperano e se mi vedono girare sono botte sicure e pure forti”. Lo dice davvero impaurito, tant’è che sbigottito sto per desistere, ma anche lui si intenerisce dal lasciarmi a piedi e fa: “Ci sono 3 gradi… salga davanti, spegniamo la luce sul tetto e il tassametro, se ci fermano dica che siamo amici e mi sta facendo compagnia”.

Allunga di molto il percorso, ma solo per passare da vie secondarie suggerite da altri colleghi che sente tramite cellulare per evitare i punti controllati come se fosse un coprifuoco. Il clima delle telefonate è proprio da coprifuoco e paura, un suo collega racconta che mezz’ora prima lo hanno quasi menato perché girava con la lucina accesa.

In una Roma quasi deserta, dove ad ogni semaforo sale la paura che si affianchi un’auto, arriviamo vicini alla destinazione. “Io più di qua non posso andare. Mi perdoni ma rischio proprio e ho una bambina a casa…”. E’ davvero impaurito e pure corretto: “Abbiamo fatto più della distanza, facciamo 20 euro e va bene, lei è arrivato e io mi tolgo un peso”.

La capitale di un grande Paese può stare col coprifuoco deciso da poche persone e rimanerne in scacco? Si può permettere di impaurire chi non ne condivide le idee?

La storia delle liberalizzazioni di per sè mi convince, ma ora le voglio proprio. Forza adesso Mario! Non un passo indietro! Prima che dell’economia ne va delle libere scelte dei singoli, che guidino o si siedano dietro, senza la paura di rischiare comunque e solo per questo motivo.

Articolo preso da www.thefrontpage.it

 

 

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